Luglio 2022

Abitate abbondantemente la Parola. Il laboratorio della predicazione 2022

Dal 14 al 16 luglio di quest’anno si è tenuta presso l’IFED la tredicesima edizione del Laboratorio della predicazione. L’evento ha raccolto, come ogni anno, diversi anziani, conduttori e membri di chiesa (25 i partecipanti) impegnati nella predicazione provenienti da tutta Italia (e non solo). Un tempo che ha permesso di condividere una vocazione, una chiamata, attraverso lezioni frontali, condivisioni di esperienze di predicazione, condivisione dei testi e delle strutture omiletiche.

Tra i tanti contributi e la pluralità di esperienze coinvolte può essere individuato un filo conduttore in Colossesi 3,16: “La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente”. Ciò che muove, ciò che suscita, ciò che consente alla predicazione di esistere è la Parola di Cristo. Cosa infatti può essere proclamato se non questa Parola. Se non c’è Cristo allora si tratterà di un bel discorso ma non rientra nel registro della predicazione. Il predicatore è colui che è all’ascolto della Parola, si apre alla conoscenza di Dio attraverso la sua vicinanza, la sua prossimità, il suo frequentare la Parola. E da questa vicinanza può aprire a far comprendere la realtà di Dio.

Non è semplicemente uno che la indica, con il dito come da lontano, ma come a cavallo tra due mondi. Un piede nel mondo di Dio, nella sua casa, e uno ancora di qua da dove può far cenno per entrare. Non si predica semplicemente il testo ma si penetra la realtà dove Dio vuole che si vada. Il predicatore è lui stesso in quella realtà ed aiuta gli altri ad entrare. Un predicatore che non vive ciò che predica in effetti non riuscirà a portare una vera predicazione, sarà qualcosa di sterile, che non apre, che non smuove e non suscita, per l’opera dello Spirito Santo, la risposta di Atti 2,37: “Fratelli, che dobbiamo fare?”.

Questa Parola va anche abitata. Una casa è abitata quando è familiare, quando si è a proprio agio in ogni stanza. È frequentata e non certamente di rado, ma conosciuta e vissuta. Non ci si accontenta della versettologia, del singolo versetto portato a paradigma di sistema. È una conoscenza di ampio respiro, che vede lo sviluppo nella storia delle dottrine di Dio, che riconosce la loro applicazione, che tenta di tenere insieme tutto il consiglio di Dio. E infine se ne sottolinea l’abbondanza. La Parola deve essere fruttuosa. Non si tratta di quanti versetti si citano durante la predicazione. Implica piuttosto se questa Paola mi impegna totalmente, se ne respira la fragranza, se ne riconoscono i frutti, se tiene lontano dal peccato e avvicina alla santità di Dio. Alla base della predicazione sta la relazione con la Parola di Cristo. Se è abitata abbondantemente la predicazione non sarà mai sterile. Forse non susciterà le risposte che uno si aspetta ma non risulterà mai un semplice intrattenimento.

Il Laboratorio non si prefigge solo di avere un focus sulla predicazione ma anche sulla liturgia del culto. Introduzioni, aperture, cene del Signore, preghiere e testimonianze, canti. Tutto questo in effetti appartiene e trova cittadinanza all’interno dell’adorazione a Dio. La predicazione non è né posta fuori all’adorazione, come se la lode fosse una cosa e l’annuncio della Parola di Dio un’altra. Né assume l’esclusività dell’adorazione, il culto non è solo predicazione. La predicazione dunque va valorizzata all’interno del culto come sua parte integrante, in un’ottica in cui il culto è sempre un atto plurale, composito ma pur sempre unitario.

La predicazione non è la totalità della vita della chiesa ma pure riveste un ruolo speciale e particolare. Se fallisce, se non mostra la sua cittadinanza nell’abitazione della Parola di Cristo, tutti i ministeri ne soffrono. In effetti è come la metafora suggerita durante il corso: “se ho male al dito, ho semplicemente male al dito, ma se ho male alla testa non riesco a fare nulla”. La predicazione non è tutto ma impatta tutto. Ha un effetto sistemico sulla vita della chiesa.

Una delle serie di predicazioni presentate è stata quella sul libro del profeta Giona. Michelangelo quando lo raffigura nella cappella Sistina lo mostra come uno che sta andando ma come guardandosi indietro. Giona rappresenta una umanità che fa dell’autonomia il suo idolo, c’è una chiamata ma fugge dalla parte opposta. L’augurio è che un simile laboratorio sia come un fabbro, che aiuti a temprare, a rinsaldare, a togliere le scorie e purificarne il metallo di uomini che rispondono e continuano a rispondere alla chiamata di Dio a proclamare la sua Parola.

Giuseppe Della Ragione

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